Giovanni Galli, il portiere della ‘Squadra Perfetta’

Storie Rossonere ha incontrato in Sicilia l’ex numero uno del Milan, in occasione della  consegna del “Premio Nazionale Osvaldo Soriano – Storie di Cuoio”. L’esordio con la Fiorentina nel ‘77, lo scudetto perso e il Mondiale vinto nel 1982, l’arrivo al Milan quattro anni dopo, i trionfi con il Diavolo, la stagione al Napoli con Diego Maradona e l’impegno sociale con la Fondazione dedicata a suo figlio, tragicamente scomparso nel 2001: una lunga chiacchierata con un campione in campo e nella vita.

di SERGIO TACCONE


E’ stato il primo portiere del Milan di Arrigo Sacchi, la “Squadra Perfetta” che tra il 1988 e il ’90 conquistò l’Italia, l’Europa e il Mondo. Giovanni Galli, campione in campo e fuori, toscano della leva calcistica della classe ‘58, ci ha rilasciato una lunga intervista, con ampi riferimenti al suo periodo milanista. Storie Rossonere ne ha raccolto ricordi, aneddoti, gioie e dolori, dentro e fuori dal rettangolo di gioco. Un incontro svoltosi a Portopalo di Capo Passero, borgo marinaro di 4 mila anime, in provincia di Siracusa, estrema propaggine della Sicilia sudorientale, dove Galli è stato insignito del Premio Nazionale Osvaldo Soriano nella sezione “Storie di Cuoio”.

Partiamo dagli inizi della tua carriera: Firenze.

“Son partito dal settore giovanile della Fiorentina. Carlo Mazzone mi fece esordire in A nell’ottobre ’77 schierandomi nella ripresa contro la Juventus, a Torino, al posto di Carmignani. Perdemmo nettamente ma disputai una prestazione convincente, limitando il passivo”.

Qual è la stagione più bella che ricordi nella tua lunga militanza viola?

“L’annata 1981/82. Meritavamo di vincere lo scudetto o quantomeno di giocarcelo allo spareggio contro la Juventus. Invece lo perdemmo sul filo di lana dopo aver pareggiato a Cagliari, contro la squadra rossoblù che doveva salvarsi. Un punto in meno rispetto ai bianconeri e addio titolo. Fu un finale molto amaro per noi. Avevamo una squadra forte e completa in ogni reparto. L’unico straniero era l’argentino Daniel Bertoni, campione del mondo in carica. Il treno scudetto da Firenze, purtroppo, non sarebbe più passato”.

C’è un aneddoto che riguarda l’intervallo della sfida di Cagliari del 16 maggio ’82, ultima di campionato?

“Al rientro negli spogliatoi ci diedero il risultato del Milan, rivale dei sardi nella lotta salvezza, che stava perdendo 2-0 a Cesena. Pensammo che il Cagliari avrebbe un po’ mollato la presa, dato il doppio svantaggio rossonero. Purtroppo, i rossoblù non ci regalarono nulla, dando il massimo per conquistare il punto della sicurezza. Oltretutto, il Milan nella ripresa vinse 3-2 ma fu una rimonta vana. L’epilogo vide la Juve campione, il Cagliari in salvo, i rossoneri in B e noi delusi per aver perso lo scudetto sul filo di lana”.

A Cagliari vi annullarono anche una rete.

“Era un gol regolare. Oltretutto, a Catanzaro, sullo 0-0, negarono un rigore ai calabresi per fallo dello juventino Brio su Borghi. Comunque, sono certo che senza il gravissimo infortunio capitato ad Antognoni, nel novembre ’81, quello scudetto sarebbe stato nostro”.

Subito dopo andasti al Mundial ’82, arruolato come terzo portiere.

“Enzo Bearzot, che mi ha sempre stimato, mi inserì nella lista dei convocati. Avevo davanti Dino Zoff e Ivano Bordon ma ero felicissimo di far parte di quel gruppo che avrebbe scritto la storia del calcio al Mundial spagnolo. Un’esperienza indimenticabile. Si rivelò decisivo il silenzio stampa dopo i tre pareggi iniziali. Zoff venne scelto come portavoce, lui che solitamente diceva tre parole. Fu la svolta. Spesso mi trattenevo in allenamento con gli attaccanti. Di Bearzot posso solo dire cose belle. Una persona straordinaria che salvaguardava sempre i suoi giocatori. Mi difese anche dopo il gol che presi da Maradona quattro anni dopo in Messico nel Mondiale che giocai da titolare”.

Giovanni Galli nella stagione 1986/87

Nel 1986 arriva la chiamata del Milan.

“La Fiorentina mi cedette avendo necessità di appianare delle perdite. Al Milan era appena arrivato Silvio Berlusconi. Con mia moglie ci trovammo subito benissimo a Milano. Vivevamo in un residence che ospitava anche Massaro, Ancelotti, Rijkaard e Van Basten. Dopo una stagione di rodaggio, che ci vide qualificati in Coppa Uefa, l’anno seguente fu quello della svolta”.

La stagione con Sacchi in panchina?

“Un’intuizione geniale del presidente Berlusconi. Con Arrigo, che avevo incontrato qualche anno prima alle giovanili viola, l’impatto fu molto forte. I suoi metodi di allenamento erano durissimi, con schemi da memorizzare, adattamento a ritmi di lavoro e carichi mai registrati in passato. Grandissima professionalità e capacità organizzativa. Nulla veniva lasciato al caso. Sacchi è stato un cultore del lavoro e ha avuto ragione: quel Milan ha fatto la storia del calcio”. 

I tifosi rossoneri ti ricordano soprattutto come l’eroe di Belgrado ’88.

“Già, la sfida infinita contro la Stella Rossa, squadra infarcita di elementi di gran classe, compreso un giovane Dejan Savicevic. La nebbia del mercoledì ci salvò dalla eliminazione, eravamo sotto di un gol ma soprattutto gli avversari avevano bloccato tutte le fonti del nostro gioco. Il giorno dopo sfoderammo una grande prestazione, essendo più forti persino di un arbitro che ignorò un gol nitidissimo davanti ad una moltitudine di testimoni sugli spalti. Il pallone stava per toccare la rete ma incredibilmente il direttore di gara lasciò correre. Quella fu anche la partita del gravissimo infortunio a Donadoni”.

Ai rigori diventasti il protagonista.

“Il tiro di Savicevic era centrale e lo respinsi con le gambe. Il secondo, però, calciato da Mrkela nell’angolo alla mia destra, fu più difficile pararlo: dovetti allungarmi per neutralizzare il tiro. Con quella parata ammutolì i 120 mila del Marakanà di Belgrado in un clima infernale. In tribuna c’era anche Arkan, comandante di un’organizzazione paramilitare serba macchiatasi di crimini atroci nella ex Jugoslavia”.

Il rigore parato a Mrkela

La partita delle “sliding doors” del ciclo Sacchi: uscendo di scena quel giorno la storia sarebbe cambiata?

“Con i se e con i ma non si va da nessuna parte. Io feci la mia parte. Del resto ero il titolare di una squadra infarcita di grandi campioni e fuoriclasse. Spesso prendevo dei senza voto in pagella. Avendo una linea difensiva con giocatori del calibro di Franco Baresi, Tassotti, Maldini, Filippo Galli e Costacurta per gli avversari era molto dura passare. A Belgrado invece diventai il protagonista ed il ricordo è sempre molto bello pur a distanza di 33 anni”.  

La parata a cui sei più affezionato?

“Dovendo indicarne una scelgo quella contro il Malines nel ‘90. Intervenni con la mano destra per togliere il pallone dall’angolo alto alla mia destra. Coefficiente di difficoltà altissimo. I belgi erano molto forti. Allora in Coppa dei Campioni andavano solo le squadre vincitrici dei campionati nazionali e la detentrice del titolo quindi la qualità era molto più alta dell’attuale Champions. Ma ricordo anche un intervento altrettanto difficile su un diagonale rasoterra di Rush, in uno Juventus-Milan del gennaio 1988 dove vincemmo grazie ad un sontuoso colpo di testa di Gullit, la settimana dopo il poker inflitto a San Siro al Napoli”.

Il bis europeo del ’90 ebbe un cammino più complicato. Sei d’accordo?

“Molto complicato, passato anche dalla sofferta qualificazione contro il Bayern Monaco dopo i supplementari. A Madrid, nel ritorno degli ottavi, il Real ci provò in tutti i modi, soprattutto con un gioco pesante e tanti interventi molto fallosi. Ma passammo ancora una volta noi. Alla finale di Vienna giungemmo dopo aver perso il campionato a vantaggio del Napoli e la Coppa Italia nella doppia sfida contro la Juventus. La Coppa dei Campioni conquistata nel maggio ’90 ci ripagò delle amarezze del mese precedente segnando in modo trionfale il finale di quella stagione in cui avevamo vinto anche la Coppa Intercontinentale e la Supercoppa d’Europa”.

La prodezza di Galli contro il Malines nel marzo 1990

A Tokyo, il colombiano Maturana, allenatore del Medellin, imbrigliò il gioco di Sacchi.  

“Una brutta partita, i colombiani pensarono solo a distruggere il nostro gioco. Ero certo che saremmo arrivati ai rigori. Quando Evani segnò su punizione allo scadere ci togliemmo un peso pesantissimo”.

Il giocatore che ti ha impressionato di più in allenamento a Milanello?

“Marco Van Basten: qualcosa di indescrivibile, bellissimo nelle sue movenze in campo”.

Lasciasti il Milan nell’estate ’90 ma due anni dopo saresti potuto ritornare?

“Nella primavera ’92, Adriano Galliani mi chiese l’eventuale disponibilità ad un mio ritorno in rossonero. Tutto avvenne in una telefonata ricevuta il 29 aprile, giorno del mio compleanno. Ero sotto contratto per un’altra stagione con il Napoli. Il Milan mi offriva un triennale. Capello voleva affiancarmi a Sebastiano Rossi e Francesco Antonioli. Un portiere esperto e affidabile tra due giovani. Incontrai i dirigenti rossoneri a Milano. Si arrivò anche alla firma di un precontratto. Da Napoli, però, Claudio Ranieri mise il veto alla mia partenza. Il Napoli mi dichiarò incedibile e sfumò così il mio ritorno a Milano che mia moglie desiderava fortemente”. 

Un ricordo di Maradona, tuo compagno di squadra nel Napoli ‘90/91.

“Giocai con lui in quella sua ultima tribolata stagione italiana. Diego era una persona splendida. Difendeva il suo mondo e i suoi affetti senza risparmiarsi. In campo è stato il migliore di tutti. L’unico che, avendo la possibilità di fare tre giocate, ne tirava fuori una quarta, lasciandoti di stucco. Ho un bellissimo ricordo di Diego. Lo chiamai per dirgli che stavamo organizzando una manifestazione in ricordo di Niccolò. Prese un aereo dall’Argentina per l’Italia per venire a ricordare mio figlio. Aveva un cuore immenso”.

A proposito di Maradona: cosa accadde in Messico, nel 1986, durante Italia-Argentina? Dopo quel gol ti definirono “il gatto di sale”.

“A farmi gol, in quell’occasione, non fu un giocatore qualsiasi bensì Maradona, il fuoriclasse dei fuoriclasse che nel corso di quel Mondiale raggiunse vette calcistiche mai viste prima. Quando dovevi affrontarlo pensavi a tre cose contemporaneamente mentre lo avevi di fronte ma lui tirava fuori dal cilindro la quarta. Questa era la sua grandezza. Nella partita del mondiale, dopo il rimbalzo del pallone, Diego andò in elevazione colpendo la palla nel momento esatto in cui io avevo deciso cosa fare. Mi aspettavo un tiro potente. Allora indurii ogni muscolo del corpo, pronto alla respinta. Maradona adoperò il piede sinistro come il tennista quando usa la racchetta sottorete, smorzando la palla con un effetto sufficiente a trovare l’unico pertugio disponibile prima di finire in rete. Poi va detto che quel gol non cambiò il nostro destino mondiale. Passammo il primo turno con molti meno patemi del 1982 ma agli ottavi la Francia ci spazzò. Quel gruppo azzurro che andò in Messico era ormai al crepuscolo”.

1989, il trionfo a Tokyo in Coppa Intercontinentale

Venti anni fa la vita ti ha messo davanti alla tribolazione più grande: la tragica scomparsa di tuo figlio, grande promessa del calcio italiano. Come procede l’attività della Fondazione Niccolò Galli?

“Sosteniamo ragazzi la cui vita è stata cambiata da un incidente stradale, con assistenza sociosanitaria, sostentamento degli istituti che si dedicano alla cura delle invalidità e organizzazione di eventi sportivi per raccogliere fondi necessari alle finalità della fondazione. Il bisogno chiama giorno per giorno e l’impegno con la fondazione continua incessante”.

Quali sono per te le cose fondamentali della vita?

“La famiglia e la fede in Dio. Se non avessi avuto questa grande fede e la convinzione di ritrovare e rivedere un giorno mio figlio, sarebbe stato difficile convivere con questo dolore che non passa mai. La fede è qualcosa che ti senti dentro. Un grande supporto in tal senso l’abbiamo avuto andando alla Cittadella della Pace di Rondine e a Romena da don Gigi Verdi. Si esce da queste esperienze spirituali rigenerati e in grado di affrontare la vita con rinnovata determinazione. E ho compreso che piangere, commuoversi non è un indice di debolezza ma di vitalità interiore. Un altro insegnamento avuto dopo la scomparsa di Niccolò”.

Giovanni Galli con il figlio Niccolò

Chiudiamo con l’attualità: chi vince il campionato?

“Il ritorno del pubblico negli stadi potrebbe cambiare parecchie cose rispetto all’anno scorso. Prevedo una stagione incerta al vertice e per questo non indico una favorita in particolare. Speriamo di vedere del buon calcio”.

Il nuovo Milan di Pioli dove potrà arrivare?

“Secondo me farà una buona stagione”.

Che te ne pare di Maignan?

“Non farà rimpiangere Donnarumma. Il francese è forte”.


E’ uscito il 10 agosto scorso il libro “Giovanni Galli. L’eroe di Belgrado” (di Sergio Taccone, prefazione di Massimiliano Castellani), una pubblicazione che inaugura la nuova “Collana Monografie” targata Storie Rossonere. Una serie di libri monografici su giocatori che hanno militato nel Milan, lasciando un segno indelebile nella storia del Diavolo rossonero.

Le tredici uscite della prima serie della Collana Monografie

1. Giovanni Galli, l’eroe di Belgrado; 2. Franco Baresi, il Capitano; 3. Joe Jordan, lo squalo scozzese; 4. Ricky Albertosi, il fuoriclasse in maglia gialla; 5. Aldo Maldera, il terzino goleador; 6. Pietro Paolo Virdis, il bomber fedele; 7. Luciano Chiarugi, l’ala del Paron; 8. Ruben Buriani, l’ala instancabile; 9. Fabio Cudicini, il paratutto di Manchester ’69; 10. Dejan Savicevic, il genio rossonero; 11. Ray Wilkins, classe e serietà; 12. Mauro Tassotti, con il Diavolo nel cuore; 13. Marco Van Basten, campione di cristallo.

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